PARIS MON AMOUR

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Dopo anni ci sono riuscita. Ho realizzato il mio progetto di imparare il francese su terreno autoctono.  Una vacanza-studio anche se non avrei propriamente l’età per fare la studentessa.

Due settimane dalle 9 alle 13. Mi mischierò fra compagni di classe trent’anni più giovani  e probabilmente non capirò un beato cavolo quando parleranno francese con inflessione giapponese, cinese o sudamericana. Alle scuole di lingue si sa che va così.

Comincerà l’era in cui finalmente sarò in grado di spiaccicare quattro frasi in croce di francese. L’era in cui quelli che parlano bene il francese non mi guarderanno più con faccia disgustata ascoltando i miei balbettamenti. Parigi, aspettami. J’arrive bientôt! (l’ho tradotto con Google…)

Nella valigia ho messo la grammatica francese e il digestivo Giuliani, perché dopo 3 giorni di salsette francesi alla crème fraiche lo stomaco si metterà in sciopero.
Tutti dicono di invidiarmi per questo bliz  bellavitoso a Parigi di due settimane ed è vero che è una cosa invidiabile. Anche se…

Beh, gli “anche se” si sprecano. Anche se questo non è il periodo in cui si sta tranquilli a Parigi. Anche se a Parigi farà un freddo cane, perfino più freddo di qui. Anche se spenderò un sacco di soldi in ristoranti e cose inutili che mi sembrerà di poter trovare solo a Parigi, per poi scoprire invece che si vendono anche al Coin. La lista degli anche se è lunga  Ma l’anche se più preoccupante, quello che proprio vorrei non succedesse, è  di studiare come una pazza per due settimane 5 ore al giorno il francese “anche se” poi dimenticherò tutto nel giro di un mese. Questo proprio non lo reggerei. Anche se comunque vale la pena di tentare.

Ho preparato la cartella con la penna blu e quella rossa, le matite e il quaderno,  poi quando era ancora buio mi sono incamminata verso il metro.

Così ogni giorno, per 15 giorni.

Quattro ore con compagni di classe tutti giovanissimi, che mi guardavano con un po’ di soggezione, vista l’età.  
Invece l’insegnante, per incoraggiarmi, ci ha tenuto a dire che fra me e lei c’erano  solo due anni di differenza. Era un tipo irresistibile. Con una mimica del corpo e del viso esattamente come uno s’immagina debba avere un’insegnante di francese. Tutta pernacchiette e alzate di spalle.

Una vacanza-studio pensata da tanto tempo e passata come un lampo.

Pensavo che quindici giorni fossero tanti e che avrei fatto un sacco di cose. Visto mostre, esposizioni in lungo e largo per tutta la città.

Pensavo di poter avere il tempo, almeno questa volta, di assaggiare tutti i tipi di brioches del fornaio sotto al mio residence, che si vanta di essere il più bravo della città ( come almeno altri 256 suoi colleghi). Invece ho lasciato lì quella con le albicocche e anche la tortina al rabarbaro. Pensavo di immergermi ben bene nella vita parigina, sapere tutto di lei per tornare a casa e tirarmela da grande viaggiatrice. Invece eccomi qua che è già finita. Ho preso il metrò la mattina troppo presto, a volte ho persino incontrato le stesse persone sempre lì assorte sul cellulare o sul libro, volevo quasi salutarle.

Ogni giorno zompettavo su e giù per le scale delle linee 8 e 4, perdendomi fra odori di baguette e di pipì: una miscela tipica dei marciapiedi parigini. Sono andata a scuola, ho fatto i compiti, passeggiato per chilometri,  preso aperitivi, incontrato gente, fatto cose.

Tutto sempre un po’ di corsa, anche se certe volte mi veniva voglia di fermarmi e dire come Forrest Gamp: “sono un po’ stanchina…”

Insomma, ho visto solo qualche mostra, non tutte, e non ho fatto tutto quello che volevo fare. Così me ne torno a casa, ma ho già voglia di tornare.

Au revoir, Paris, à bientôt!

(Grazia Usai)

 

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