Tempo di lettura: 2 min.

Nel libro “33 giorni”, lo sguardo che guida Léon Werth descrive i 33 giorni che lo portano da Parigi a Saint-Amour, nel Jura: una fuga dall’avanzata nazista in Francia, osservata e vissuta con un’attenzione precisa e diaristica e al contempo disorientata, come dopo un trauma si vive sospesi e attivati.

Una fuga segnata dalle mitragliate sulle lunghe e innocenti file di fuggiaschi, dalle complicità non sempre innocenti, dal disorientamento di fronte ai soldati francesi sconfitti, dal diniego ostinato di chi pretende che nulla sia cambiato.

Gli incontri forzati lungo le strade intasate da auto, camion, carretti, profughi stremati a piedi, ci trasportano là, dove la signora piccolo borghese offre champagne ai tedeschi e vino di bassa qualità ai profughi, convinta che il nazismo avrebbe portato  anche in Francia “l’ordine” tradizionale teutonico.

Wérth con grande consapevolezza e disperata ammissione riconosce anche la propria eccitazione da lupo nel corso degli attacchi nemici, riconosce la paura e la pacatezza della ritrovata lucidità.

Un grande libro, un grande scrittore e un grande amico per Antoine  de Saint Exupéry che, non a caso, a lui dedica il “Piccolo Principe”, un amico che per l’aviatore è stato radice e bussola, grazie al quale ha potuto sentirsi “ben installato in mezzo alle direzioni cardinali” anche nel deserto del Sahara.

Forse è proprio questo il sentimento che rimane dopo la lettura di “33 giorni”, un sentimento di presenza, di solidità e di amore per la vita.
(Federica Von Mentlen)

“33 giorni” di Léon Werth, Ed. Bompiani, (prefazione di Antoine de Saint-Exupéry)