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(di Grazia Sferrazza)

Scoccano i fatidici 50, il ciclo mestruale comincia a fare le bizze e compaiono le vampate, i dolori, il panico, l’ansia, ci sentiamo sull’orlo del baratro.

Siamo abituati a concepire la menopausa come triste fine dell’età fertile, come la fine della vita sessuale, come l’inizio di un periodo di fragilità fisica fatto di malattie, carenze, depressioni. Come un “errore biologico” ancora inspiegabile ma che condiziona la vita della donna che inizia a sentirsi “un ramo secco e inutile”, addirittura come malata.

Inizia allora la corsa al correttivo: integratori che aggiungono fito-ormoni e, se non basta, ormoni sostitutivi, ormoni bioidentici, insomma gli ormoni che mancano, pur di farla finita con vampate, disturbi e vecchiaia.

Questo è il nostro atteggiamento culturale, dai tempi della rivoluzione industriale in poi nei confronti di un’età, quella del climaterio, e di un episodio biologico, la fine del ciclo, che sono del tutto normali e che prima dell’urbanizzazione estrema non aveva caratteristiche così moleste.

Allora, cosa è davvero invece la menopausa?

Se la medicina non ha ancora trovato “l’errore biologico” che la determina forse una ragione esiste e questa ragione la conoscono bene gli antropologi. Da decenni, infatti, questi studiosi hanno capito che durante la sua preistoria, l’umanità ha escogitato (quasi unica nel mondo animale) il sistema “menopausa” per riuscire a sopravvivere ai periodi più difficili e duri.

Durante i grandi cambiamenti climatici e le grandi carestie di cibo, la fine del ciclo ha liberato le donne più esperte e abili dalla schiavitù biologica della procreazione e dell’accudimento perché potessero dedicarsi alla ricerca di nuove fonti alimentari, nuovi territori adattivi e nuove abilità.

La menopausa ha rappresentato il sistema più efficiente per la sopravvivenza e l’evoluzione della specie.

Le donne in menopausa hanno svolto, dunque, per migliaia di anni, un ruolo di guida, di avanguardia e di trasmissione e memoria del sapere che le ha rese indispensabili e autorevoli.

Se siamo sopravvissuti lo dobbiamo a donne senza prole in fasce né gravidanze in corso che hanno potuto cercare terre ricche di cibo e ripari, a donne esperte e non occupate a figliare che hanno avuto il tempo di imparare a conservare il cibo, a cucinare quello indigesto, a coltivare quello necessario, a riconoscere quello terapeutico.

Se ci siamo evoluti dobbiamo ringraziare donne libere dall’accudimento che hanno potuto trasmettere il loro sapere e hanno svolto il ruolo di guida della comunità umana, come arcaiche divinità.

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