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Sono nati con un casting, considerati per anni un gruppo finto che non sarebbe sopravvissuto fuori dai programmi TV. Invece sono entrati nella storia del pop.  

I Monkees dovevano essere la risposta americana ai Beatles, nelle intenzioni dei discografici, che avevano progettato a tavolino la loro carriera fino ad arrivare in cima alle classifiche sfruttando unicamente la televisione. Ebbero due anni di gloria ma presto si dispersero tutti in una serie di carriere soliste con scarsi risultati.Eppure chi l’avrebbe mai detto, oggi sono considerati dei veri protagonisti della Pop Music. Il merito di questo risultato si deve, oltre a loro, a Don Kirshner, un geniale produttore discografico che volle reagire ai successi della Beatles-mania e s’inventò questo nuovo gruppo: i Monkees.

Voleva  produrre una nuova serie di telefilm sulla falsariga dei film dei Beatles e cercò con annunci sui giornali quattro ragazzi dalla faccia simpatica per interpretare i musicisti del gruppo. Li trovò, produsse la serie, che venne trasmessa dalla NBC e ai giovani americani piacque moltissimo.

Era una serie musicale sulle vicende di quattro ragazzi che fondano il gruppo dei Monkees e cercano di farsi strada nel mondo delle rock bands, gli episodi erano seguitissimi e furono il mezzo per pubblicizzare le canzoni di un gruppo che ancora non esisteva.

Cinquant’anni prima che nascessero i talent show, i Monkees arrivarono al successo lanciati dalla televisione, in due anni fecero canzoni che scalavano i vertici di tutte le classifiche e in tutto il mondo si facevano versioni cover con i loro pezzi. In Italia Caterina Caselli cantò Sono bugiarda

che era la versione italiana di I’m a believer.

Iniziarono a voler fare da soli e a scriversi i testi e le musiche ma i risultati furono deludenti per più di un album, allora il gruppo entrò in crisi e si sciolse, ogni componente si dedicò alla propria carriera da solista. Il risultato fu che i Monkees vennero presto dimenticati. Come disse il batterista Micky Dolenz “Non eravamo preparati a quello che sarebbe successo e dopo due anni di trionfi finimmo nel dimenticatoio”.

Ma dopo cinquant’anni rieccoli sul palco con il nuovo album Good times, ci sono tutti meno uno, manca Davy Jones. Esplodono di un’energia in pieno Sixties-style con il loro modo ben preciso di intendere la musica pop. Questo ultimo atto della saga dei Monkees non è solamente un ottimo e squisito artefatto, ma una lezione di stile per ogni aspirante neo-popper.

C’è chi dice che questi progenitori delle boy band furono la più grande truffa del rock’n’roll, che le loro canzoncine da classifica furono un successo di marketing, un’operazione commerciale perfetta e che i Monkees più che musicisti erano attori.

Ma, sono i Monkees, punto. I discografici li hanno ripescati, ripuliti e rimessi insieme e loro suonano esattamente come suonavano prima di esplodere per individualismo isterico. Nonostante tutto ascoltarli è rinfrescante, e come epitaffio discografico non si poteva sperare di meglio. Buon ascolto.