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Nuovi stili di vita e nuove esigenze, che già da tempo lavoravano sottotraccia, si sono imposti, rendendo ora necessarie riflessioni sull’abitare del post coronavirus. Il cohousing potrebbe essere una soluzione. Scopriamo cos’è, in questo e in un prossimo appuntamento, e vediamo alcuni esempi che già funzionano.

Rinchiusi dentro le nostre case, ne abbiamo apprezzato il potere protettivo, ma ne abbiamo anche scoperto i limiti e le inadeguatezze. L’incubo in cui siamo precipitati ci costringe a fare i conti con una nuova realtà: smartworking, teledidattica, lockdown, sono termini che significano principalmente una cosa, clausura forzata per tutti e per alcuni difficoltà di accedere anche a servizi primari, come è avvenuto per parte della popolazione anziana.

Siamo rimasti chiusi nelle nostre case spesso scoprendole non adeguate alle nostre nuove necessità, ognuno per motivi diversi. “E’ proprio sul concetto di abitazione che in post emergenza sarà necessario riflettere – afferma Daniela Dirceo – giornalista impegnata da anni sui temi del design e della sostenibilità -. Penso che dovremmo iniziare a sposare forme più “fluide” dell’abitare, meno individualiste e più condivise, caratterizzate da ambienti ibridi e polifunzionali, in cui spazi e arredi dovrebbero essere trasformabili secondo le necessità, separabili o inclusivi, avendo un occhio di riguardo per i soggetti più fragili, primi fra tutti gli anziani e i bambini.

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Daniela Dirceo

A ben guardare queste tendenze sono già in atto da tempo nel mondo delle costruzioni e del design, ma solo oggi, forse, ci possiamo accorgere di come i metri quadri a nostra disposizione potrebbero essere sfruttati al meglio, anche come soluzione a problemi emersi durante l’emergenza Covid”.

C’è qualche ‘lezione’ utile sul tema ‘casa’ che questa sciagurata pandemia ci fornisce?

Recentemente l’architetto Cino Zucchi, intervistato da Stefano Boeri sul tema del costruire post coronavirus, ha affermato che le catastrofi sono anche un acceleratore formidabile di processi già in corso. Penso sia davvero così: certi limiti del nostro stile di vita, compresi i nostri stili abitativi, si sono resi evidenti. Ma le soluzioni potrebbero già essere davanti ai nostri occhi, basta guardare con occhi nuovi.

Esistono quindi a suo parere soluzioni abitative innovative che già si potrebbero adottare?

Un esempio può essere rappresentato dall’abitare condiviso, o cohousing se vogliamo utilizzare il termine nordeuropeo, luogo dove ha avuto origine. Si tratta di abitazioni composte da alloggi privati e spazi comuni destinati all’utilizzo e alla condivisione tra i cohouser.

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Nel tempo il concetto si è evoluto con la nascita e lo sviluppo di numerose iniziative che solitamente ruotano attorno a community.  I cohouser scelgono quali aree comuni intenderanno realizzare (dalla lavanderia, all’orto, dalla sala ricreativa alla palestra condominiale) e quali servizi condivisi. E le regole di utilizzo vengono definite dal gruppo. A Milano abbiamo già esempi di condomini in cohousing, alcuni di questi promossi dall’organizzazione NewCoh, prima in Italia ha promosso l’abitare condiviso. Attraverso il portale Cohousing.it le persone si aggregano intorno ad un progetto, sulla base di una visione comune di qualità della vita collaborativa, e solo in seguito a questa adesione il progetto vero e proprio parte. In questo modo ogni futuro abitante incide su ogni passaggio del progetto. Ma vi sono esempi in tutta Italia.

Il cohousing facilita un risparmio da parte dei partecipanti al progetto?

Certo, è un esempio pratico di sharing economy, che porta come esito consumi collaborativi e condivisione dei costi. Sfruttando il potere del gruppo di acquisto vengono consentite economie di scala: si possono ottenere risparmi non solo al momento dell’acquisto della casa, ma penso alla stessa spesa quotidiana e ai consumi energetici, così come per i servizi a valore aggiunto per la collettività. E mai come in questo frangente la sostenibilità economica sarà un atout essenziale per la ripartenza.