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Dj Fabo portava uno fra i tanti nomi della modernità, fatto di centrature non convenzionali, intriso di quell’umanesimo ruvido che oggi pare l’unico possibile nell’Occidente del XXI Secolo. L’unico possibile per chi non voglia morire di rassegnazione e di cinismo, che sono la nuova disperata e diffusa normalità.

Un uomo che, avendo voluto caparbiamente scegliere la direzione della propria vita, non ha voluto rinunciare a scegliere il quando e il come della propria morte. Attribuisco a ciò, per inferenza dal momento che non lo conoscevo di persona, il senso di una caparbia affermazione di Eros.

Fra i punti più controversi del pensiero di Freud, vi fu quello di stabilire un dualismo delle pulsioni fondamentali dell’uomo, che chiamò pulsione di vita e pulsione di morte, Eros e Thanatos.

Concepì la pulsione di morte come una spinta degli organismi viventi, tutti gli organismi viventi, a spegnersi in un ritorno automatico all’inerzia dell’inorganico, alla quiete dell’azzeramento energetico, alla fine del movimento, all’annullamento delle tensioni, al buio entropico.

Questa spinta innata all’entropia viene contrastata – da che veniamo al mondo – dalla pulsione di vita, che è una pulsione di aggregazione, di evoluzione, di conflitto.

La pulsione di vita muta il destino della pulsione di morte, la sposta dal soggetto e investe l’Altro come interlocutore significativo, la muta in aggressività utile, a volte in distruttività, intride di passione e di conflitto la sessualità, si mescola con la pulsione di morte a comporre quel misto di amore e di odio che è la cifra quotidiana della vita di ognuno. Crea, con ciò, consapevole padronanza del proprio destino, lotta per l’affermazione del vivere, battaglia per la propria esistenza responsabile ed autodeterminata.

Eros è – si potrebbe dire – il principio dell’umanesimo, dell’uomo che pone se stesso al centro dell’universo, dell’uomo che rinuncia a ogni dio e ad ogni satana fuori da sé, e li ricolloca nel proprio mondo interno come istanze perpetue della propria unicità nel mondo.

Eros sposta la sintassi del nostro pensare, mettendo il pronome Io all’inizio di ogni frase che implichi la presenza di un responsabile per ogni scelta, per ogni azione, per ogni atto di amore e di odio.

Chi non si rassegna, o non riesce a rassegnarsi, al lasciarsi vivere o al lasciarsi morire, non può che farlo fin dal momento in cui viene al mondo. Come molti bambini che, pur nati nella più sfavorevole delle condizioni, non possono che mostrare tenacia, resilienza, indomabile voglia di trovare qualcosa di vitale nell’altro, di ritrovarsi vogliosi di esistenza, ogni volta che un ostacolo gli si frappone, che una sconfitta li minaccia, o tutte le volte che la propria stessa fragilità li vorrebbe annientare.

Sono bambine e bambini, e poi donne e uomini, che vivono e scelgono, non potendone fare a meno. Quasi condannati ad essere soggetti, ad antagonizzare l’entropia, a non lasciare che le cose semplicemente ed inconsapevolmente accadano.

Non possono che trovarsi, individui così, nella determinazione di scegliere il quando e il come del loro morire, non possono che interloquire col morire nello stesso modo con cui hanno interloquito col proprio vivere. Con la forza caparbia e la sintassi di Eros.

Francesco Bisagni

francesco_bisagni
Medico psichiatra e psicoanalista, autore di molte pubblicazioni scientifiche.

Vive a Milano e lavora con bambini, adolescenti e adulti.
www.francescobisagni.com