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Una visita in questo paesino della Toscana dove ritrovare una storia antica, nascosta fra vicoletti e botteghe. Tracce del tempo che ha cambiato tante cose, ma non questo luogo.

Avevo sempre sentito parlare di Pitigliano dai racconti dei miei genitori, che durante la guerra sfollarono in questo paesino insieme a tutta la famiglia: sorelle, fratelli, figli, nipoti zii e nonni. A Pitigliano è nato mio fratello, mia sorella ha rischiato la vita per una bomba caduta dritta dritta sulla sua culla. Insomma, era un dovere farci prima o poi una capatina.

Durante l’ultima guerra i partigiani erano attivissimi in questa zona e partigiani sono stati anche mio zio e mio padre, quando si trovavano lì. Ma poco altro ne so, purtroppo. Le distrazioni della gioventù mi hanno portato ad alzare gli occhi al cielo ogni volta che in casa si parlava di quei tempi. E quando, molto più in là negli anni, mi sono resa conto che stavo perdendo un’importante memoria storica che fa parte delle mie radici, era ormai troppo tardi per recuperare.

Mio padre e mio zio non ci sono più, ma c’è ancora mia madre che, alla veneranda età di 96 anni, con la mente un po’ offuscata, mi ha aiutato almeno in una parziale ricostruzione di quando, giovanissima, insieme ai parenti si era rifugiata a Pitigliano: “Cerca via Gaeta, è lì che vivevamo”, mi ha detto.

Così, durante una vacanza da quelle parti, abbiamo attraversato la zona di bosco che unisce il mare alla rocca di Pitigliano. Siamo in provincia di Grosseto, in piena Maremma. In questa zona partono le Vie Cave costruite dagli Etruschi, tortuosi corridoi a cielo aperto e scavati nel tufo, vie segrete ancora poco conosciute dal turismo ma assolutamente da scoprire.

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E insomma, dopo un’ottantina di chilometri circa dal mare di Ansedonia, dopo il bivio che porta alle terme di Saturnia, eccoci qui.bellavitosi_pitigliano-maremma.jpg

L’arrivo a Pitigliano dal mare offre uno spettacolo della rocca da togliere il fiato. Bellissimo. Tutto il paese è costruito su una rocca di tufo. Ci fermiamo ad ammirarlo in uno spiazzo panoramico, insieme a una coppia di ragazzi veneti arrivati fino a qui su una Vespa degli anni ’50 tirata a lucido, che poi vedremo salire annaspando su verso il paese.

Le case sono abbarbicate su uno strapiombo, con piccole finestre che sembrano fenditure scavate direttamente nella roccia. Un paesaggio fermo nel tempo, come una fortezza inespugnabile.

Parcheggiamo l’auto fuori dal paese, nella parte nuova, e raggiungiamo il centro storico a piedi.

I vicoli stretti, gli archi, le cavità sotterranee, le case di tufo, testimonianze di varie epoche e delle dominazioni romane e longobarde, sono una peculiarità di Pitigliano.

La chiamano “piccola Gerusalemme” perché qui, da secoli, vive una comunità ebraica, prima molto numerosa e ora un po’ meno, che è sopravvissuta all’ultima guerra grazie alla solidarietà di tutti gli altri abitanti delle campagne intorno, dove gli ebrei potevano  nascondersi durante le incursioni dei tedeschi.

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Perdendosi nella parte più vecchia del paese, ci si ritrova nel vecchio ghetto, dove si scopre uno straordinario percorso restaurato pochi anni fa. Un dedalo di locali scavati sottoterra, traccia dell’antica comunità, con la cantina e la macelleria, la conceria, il forno Azzimo per cuocere il pane e una bella sinagoga che risale al 1598.

Qua e là, piccole botteghe vendono le specialità dell’antica tradizione kosher locale, ricette nate da un piacevole mix con la cucina toscana. Fra queste un dolce ricco di storia, lo Sfratto dei Goym. E’ un delizioso cilindretto a forma di bastone, sui 20 centimetri, fatto con farina, zucchero, vino, olio d’oliva e un ripieno di miele, noci, scorza d’arancia e aromi vari. Noi lo acquistiamo in un negozietto piccolissimo a due passi dalla sinagoga.

Lo Sfratto dei Goym simboleggia l’integrazione fra la cultura ebraica e quella toscana, che ha radici nel XVI secolo. La sua forma ricorda il bastone utilizzato per sfrattare il popolo ebraico dalle loro case.

Ma, oltre al ghetto e oltre alla stradina principale piena di negozi di souvenir, tutto il paese è da vedere: le mura antiche, la chiesa di Santa Maria, il Duomo del 1400, l’acquedotto Mediceo e la bella piazza dove si trova il castello Orsini.

E ho trovato anche via Gaeta, che in realtà è un vicolo appartato, stretto chiuso da muri scrostati, su cui si affacciano vecchi portoncini di case un po’ abitate e un po’ no. Chissà qual è quella in cui hanno abitato i miei antichi parenti.

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Un gruppo di bambini sta giocano a pallone, tenuto a bada da una signora che ha più o meno la mia età. Diverse generazioni che si sono succedute in questo posto che è rimasto sempre lo stesso.

Mi sento diversa dagli altri – numerosi – turisti. Sento che qui c’è una parte di me, che sono un po’ di Pitigliano anche io. Nonostante non la conosca quasi e che non ci sia mai venuta prima d’ora.

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Al ritorno, mia madre mi ha chiesto se esiste ancora una fontana sotto a un arco, in una piazza, dove ogni giorno andava a prendere l’acqua per lavarsi. Certo che esiste: è la Fontana delle Sette Cannelle, dove adesso tutti vanno a scattarsi i selfie.

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