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C’è uno scopo che da solo vale la pena di un viaggio a Fuerteventura: non solo belle spiagge e turismo di massa, ma un salto indietro nel tempo alla scoperta di misteri ancora irrisolti del nazismo.

Un Natale di un anno fa decidiamo di trascorrere una settimana al caldo, alle Canarie.

Quattro ore e mezza di volo, ed eccoci a Fuerteventura, una delle isole ancora abbastanza incontaminate dell’arcipelago, se si escludono gli inevitabili agglomerati di villette con micro-piscine destinate al turismo di massa proveniente da tutta Europa.

Alloggiamo proprio in uno di questi agglomerati a nord dell’isola, a Corallejo. Ma per fortuna con l’auto a noleggio, una piccola utilitaria low-cost, durante il giorno scorrazziamo in lungo in largo per tutta l’isola, scoprendo tra l’altro la bella spiaggia appena a sud di Corralejo con le sue alte dune di sabbia e i suoi bei paesaggi quasi nord-africani.

Così un giorno ci spingiamo con la nostra automobilina fino all’estremo sud. Per vedere come va a finire, così diceva anche Totò.

bellavitosi_gestapo-fuerteventura-cofeteArriviamo fino alla penisola di Jandìa, precisamente a  Morro de Jable. Fin qui nulla di particolarmente strano, se non per il fatto che si tratta di un insediamento residenziale molto ordinato, in stile perfettamente nord europeo, per non dire tedesco. Le solite case di uno o due piani, i soliti residence giganteschi che sembrano alveari.

Lungo l’unica strada principale, Avenida de Saladar, vediamo negozi con insegne di importanti griffe internazionali: Esprit, Carhart, Rolex, Gucci.

Anziani signori in tenuta sportiva dai capelli bianchissimi corrono impettiti lungo il lungomare incorniciato da alte palme.

Ma finito il paese, più nulla. Improvvisamente, nello spazio di un chilometro, si passa dalla globalizzazione di massa al nulla totale.

L’auto comincia ad arrancare su un sentiero sterrato.

Una specie di bunker diroccato sembra segnare una tappa del percorso.

Andiamo avanti, sempre più in là.

Alla nostra sinistra, si apre un paesaggio selvaggio e completamente brullo. In lontananza, vediamo la costa incontaminata con grandi onde oceaniche che la incorniciano. Uno spettacolo bellissimo.

Proseguiamo ancora, per quasi 20 chilometri tutti così, senza incontrare anima viva se non due jeep e un quad con su due garruli turisti che sollevano un polverone tutto intorno. Come noi, del resto.

bellavitosi_cimitero-misteriCosì arriviamo a Cofete, dove la strada praticamente finisce. La spiaggia è ampia e maestosa, spazzata dal vento e dalle onde. Si potrebbe dire banalmente che toglie il fiato, ma la sensazione che dà è molto di più. Sembra di essere all’estremo di un mondo quasi in era post-atomica. E la cosa è ancora più spiazzante se penso che mezz’ora fa eravamo in una situazione tipo Beverly Hills.

Alle spalle della spiaggia, alte montagne scure e deserte abbracciano il paesaggio, quasi spingendolo verso il mare. Ci sono alcune baracche e quello che scopriamo essere un piccolo ristorante, anche frequentato. Più in là, campi con qualche capra e ciuffi sparuti di vegetazione. Ancora più in là, arrampicata in alto, sul ciglio della montagna, una villa.

Una strana villa, lussuosa e diroccata, la cui sontuosità stona con tutto il resto.

In basso, sulla spiaggia e quasi toccato dalle onde, un piccolissimo cimitero, molto semplice e completamente abbandonato, con vecchie croci di legno senza nome, semisommerse dalla sabbia. Paura,eh?
Nonostante la bellezza del paesaggio, tutto è abbastanza cupo e spettrale, almeno così sembra a noi. Vicino alla spiaggia, ci sono alcuni tombini di ghisa un po’ nascosti. Sembra la rete fognaria di un posto molto più abitato di quello che è.

A due passi dal ristorante, c’è anche una piccola esposizione con scritte e foto, organizzato da chissà chi, che celebra quello che è presentato come un benefattore del posto, tale Gustav Winter. Proprietario tra l’altro della villa che ha il suo stesso nome e morto nel 1971. Ma benefattore di chi e perché?

Mangiamo qualcosa al ristorante del posto, beviamo ottima birra, scattiamo qualche foto e torniamo indietro, lungo la stessa strada. La curiosità ci spinge, quando siamo a casa, a fare qualche giro su internet per sapere qualcosa di più su questo signore, la sua spiaggia e la sua villa.

E qui si apre tutto un mondo di storie: forse inventate, ma forse anche con un fondo di inquietante verità.

Scopriamo che questo posto è stato una base segreta della Gestapo. Qualcuno dice che servisse come base per i sottomarini diretti in Antartide. Qualcun altro che fosse una base di partenza per i criminali nazisti diretti in Sudamerica.

Durante la guerra, la penisola di Jandía divenne una zona militare chiusa: un regalo di Franco ai tedeschi che in cambio lo avevano aiutato a combattere i comunisti spagnoli.

Il gran benefattore Gustav Winter ebbe il merito di assumere maestranze del luogo, che però dovevano lavorare in assoluto segreto.

Il misterioso e vecchio cimitero abbandonato apre a parecchie teorie: uomini deceduti per morte naturale o perchè rimanessero muti per sempre?

E la villa? Qualcuno suppone che la sua struttura e la torre fossero un ottimo punto di segnalazione per i sottomarini e aerei che trafficavano da quelle parti.

I tombini disseminati nella zona segnalano un reticolo di caverne sotterranee, con un sistema di binari per trasportare qualcosa inerente a traffici nascosti: chi si avvicina alla villa può ancora oggi notare un piccolo vagone Krupp arrugginito dal tempo.

Si dice che oggi questi luoghi segreti siano aperti con visite guidate riservate al pubblico, ma solo uno speciale tipo di pubblico. Si tratta di tedeschi, oggi in età da pensione. A cui forse i nonni avevano narrato le loro epiche gesta in questo luogo sperduto e paradisiaco affacciato sull’Atlantico.

Chissà, forse sono proprio quei pensionati che abbiamo visto fare footing fra le boutique e il lungomare di Morro de Jable.

Ma sono solo sospetti, a cui probabilmente non sarà mai trovato alcun fondamento. Come tanti altri misteri che hanno protetto i criminali nazisti fino a oggi.

(Grazia Usai)

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