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Il mondo ittico corre seri rischi, per colpa di un ecosistema marino sempre più compromesso in tutto il mondo. E l’uomo ne è il principale responsabile.

Quando serenamente ci troviamo di fronte al banco del pesce e ci prefiguriamo una fritturina, una grigliata, un buon branzino al sale, ci è difficile immaginare che quel pesce è spesso oggetto di una rete di interessi commerciali così enorme da sopraffare anche il consumatore più sveglio.

bellavitosi_pesce-rete-scelta.jpgSecondo Greenpeace, nel Mediterraneo circa il 90% degli stock ittici è eccessivo per il nostro reale fabbisogno. Il mercato è sovraccarico di pesci pescati con metodi distruttivi e non sostenibili: dovremmo imparare a consumarne meno e scegliere meglio.

Ma distinguere il pesce più sostenibile, cioè quello catturato nei luoghi più vicini a noi e con metodi che hanno un minor impatto ambientale, è diventata un’impresa molto difficile.

Basta dare un’occhiata alle etichette esposte sui banchi del pesce fresco di supermercati, pescherie e mercati rionali: spesso quelle etichette sono fuori legge, perché non dicono come e dove il pesce è stato catturato, se è pescato o di allevamento. E se c’è, la zona di cattura non è indicata correttamente.

Per scoprire quale pesce acquistare, con quale metodo di cattura, può essere utile una guida online creata da Greenpeace, che tra l’altro prevede un’area di commenti dei consumatori che possono segnalare i punti vendita che non espongono il pesce nel modo più corretto, con etichette incomplete o non visibili.

Altra valutazione sensata è scegliere il pesce nella stagione giusta. Per esempio, in estate vanno comprati l’aguglia, il cefalo o muggine, la cernia bruna del Mediterraneo, il sarago, la spigola o la ricciola. Sarebbero evitare i “buoni per tutte le stagioni”: tonno, salmone e pesce spada sono in via d’estinzione e troppo spesso di bassa qualità.

Sì, perché negli oceani quei pesci che piacciono a tutti, così facili da cucinare, che le diete consigliano per le loro proprietà, come appunto il tonno o il pesce spada, oggi sono saccheggiati da organizzazioni di pescatori senza scrupoli. Tant’è che il Wwf ha avviato un progetto per limitare questo tipo di pesca, sostenuto dai governi delle Seychelles e Giappone.

E anche i salmoni non se la passano meglio. Quelli da allevamento sono inquinatissimi: contengono ben il 41,6% di diossina, come afferma uno studio della Commissione Europea, aggiungendo che il livello di tolleranza sarebbe il 15%.

La biologa canadese Alexandra Morton, che da anni ottiene milioni di visualizzazioni sul suo canale YouTube, denuncia società norvegesi e giapponesi proprietarie di allevamenti di salmoni nella regione canadese della British Columbia, per aver devastato l’ecosistema e ridotto gli spazi destinati al salmone selvatico, animale essenziale per la sopravvivenza di orche, orsi, eccetera. “Il salmone è da 7 a 32 volte più inquinato di qualsiasi alimento”, avverte la Morton, elencando i rischi che il salmone d’allevamento può avere sulla salute.

Greenpeace ha anche realizzato un’indagine sul business del pesce nei mari del Sud Est Asiatico, dove si è scoperto che i pescherecci thailandesi, per evitare i controlli, hanno spostato la pesca a Saya de Malha Bank, un ecosistema dell’Oceano Indiano estremamente fragile. Quel pesce è stato utilizzato soprattutto per produrre surimi, venduto anche nei nostri supermercati come succedaneo della polpa di granchio.